Tecnica e Sentimento

Tecnica e sentimento nelle opere di Angelo Morucci e Mario Venturini

“L’arte, l’opera […] è un medium cui è ancora possibile, tuttavia, affidare tutto: tutto ciò che si è, che si pen­sa, a cui si aspira. E’ un’azione indiretta, ma è ancora a disposizione dell’artista per cambiare il mondo.”                                                                     Francesco Arcangeli

Modena è come una strada diritta attraverso una pianura fertile, è un crocevia di storia, arte e fatica; in questo territorio niente è stato realizzato facilmente. La città, in tempi remoti, dovette scontrarsi con Bologna per mantenere l’autonomia; ebbe i suoi morti nel Risorgimento, lottò contro il fascismo, e, dopo la guerra, anche l’industria richiese diversi morti per le battaglie operaie. Oggi importante centro agricolo e polo industriale per la meccanica automobilistica di alto livello: questo significa unire talento e mente, fondere le radici del passato col presente. In due parole: cuore e testa.

La vita delle cose ha sempre una storia, che venga raccontata o no: mentre l’artigiano   accorcia le distanze tra manufatto e opera d’arte, all’artista tocca osservare, mettere insieme le tracce, far risuonare il ritmo che lega le esistenze. Anche Angelo Morucci e Mario Venturini, modenesi di adozione, hanno una storia che intreccia appunto arte, artigianato e tecnologia in uno stesso spirito creativo. Nell’ arte, ogni evento della nostra esistenza finisce sempre per avere un senso: la morte del padre di Angelo, ciclista, travolto da un camion durante una gara; il padre di Mario, che diventa padre anche di Angelo, con la sua officina studio; la giovinezza dei due fratelli, vissuta nella passione per la meccanica, sperimentando attrezzature, strumenti e fusioni come fosse un gioco, e questa memoria che non scorda niente,  innescano il processo creativo dell’ Io mettendo insieme tecnica, forma ed emozioni.  Morucci e Venturini, MV, questo l’acronimo con cui vengono firmati i lavori, non sono mai stati pienamente identificabili con le situazioni di volta in volta emergenti, e si sono costruiti un percorso sempre in limine, ricco di aggiorna­menti problematici, ma mai frenato da nessun ti­po di griglia teorica. La loro è un’officina dei sentimenti, dove, accanto a sofisticate parti meccaniche, viene prodotta, con gli stessi materiali, una sorta di koinè poetica, un linguaggio espressivo comune. E’evidente la carica simbolica di questi lavori, i temi sono quelli universali, immediatamente percepibili, che appartengono a tutti noi: l’amore, la terra, l’armonia degli elementi e l’intento non dichiarato dei due artisti è quello che le loro opere possano interagire con i nostri sensi: a livello visivo, tattile e perfino uditivo.

In un’ epoca in cui prevalgono assemblaggi, installazioni e creazioni tridimensionali che utilizzano i media più disparati, appare quasi inadeguato parlare di scultura quando ci troviamo di fronte alle creazioni di MV, realizzate scavando, con frese speciali, blocchi interi di leghe d’alluminio ad alta resistenza, lucidate a specchio con costose paste diamantate e completate con inserimenti di sfoglie di fibra di carbonio assottigliate al micron (come gli antichi “battiloro” che riducevano l’oro in lamine leggere al pari di un velo per dorare manufatti e sculture, per realizzare i famosi “fondi oro”). Anche “composizione” sembra un termine desueto, in questo caso, perché non si tratta di elementi separati che cercano un loro equilibrio nello spazio, ma di forme attraversate dall’aria e dalla luce, come estratte dal metallo, ed è proprio la luce che definisce il carattere, sempre mutevole, delle figure.

Se la struttura astratta ha simboleggiato il culmine del processo di trasformazione dell’arte rappresentativa in un’arte significante per se stessa, senza un rapporto diretto con la figura, i lavori di Morucci e Venturini ricongiungono il significato simbolico dell’immagine con il valore di sintesi delle forme. Va detto che i due fratelli non sono arrivati a queste soluzioni per via di sperimentazione e decantazione di modelli preesistenti, ma per manifestare in modo diretto la realtà dei sentimenti, quasi volessero racchiudere il messaggio all’interno di un nucleo posto al punto di confluenza di diverse chiavi di lettura. Pur nell’ambito di indicazioni che provengono dalle passate avanguardie, gli artisti perseguono, con le loro metafore scoperte, una certa naïveté che alleggerisce il bagaglio formale delle sculture: dopotutto, nella nostra epoca antieroica e anti ideologica, bisogna allontanarsi dalla facile via alla spettacolarità, per far sì che contenuto e forma tornino a coincidere con equivalente spessore. Attraverso le opere di Morucci e Venturini viene resa plasticamente la vita segreta delle relazioni tra lo sguardo e il mondo rappresentato, dal momento che luce, occhi e sentimenti innescano varianti quasi infinite sulla percezione visiva di un unico oggetto.

La progettazione preceduta da disegni a mano libera, la messa in opera, la rifinitura dell’opera sono gli indici di un modo di lavorare molto affine alla tradizione delle antiche “botteghe”, dove l’artista era prima di tutto artigiano, ovvero un esperto della lavorazione dei materiali, che realizzava oggetti d’uso, unici perché sempre diversi tra loro. La cosa che colpisce è che, dopo il ribaltamento operato dalla Pop art, che ha elevato il prodotto di massa a icona artistica, Morucci e Venturini creano “prodotti” d’arte utilizzando tecniche industriali: un altro arrovesciamento di senso che i due non avevano affatto programmato, ma che si è rivelato in corso d’opera. In sostanza, al contrario dell’“ipocrisia industriale” tanto stigmatizzata da William Morris che detestava decorazioni e orpelli su macchinari e oggetti di uso comune, i nostri scultori producono, per mezzo della tecnologia di alta precisione, oggetti poetici che altri non possono realizzare. La scultura ha un linguaggio proprio, che si sviluppa nel dialogo con lo spazio circostante: linee e volumi si animano in maniera diversa secondo l’ambiente in cui si collocano. Per questo Morucci e Venturini hanno pensato di disegnare opere in diverse dimensioni, dalla grandezza di un soprammobile a quella monumentale; dalla collana (“Cuore infranto”, replica ridotta dell’omonima scultura, donata alla Principessa Stephanie di Monaco), alla scultura ambientale (“Congiunto all’ Universo” collocata nella collezione permanente del Museo degli Eremitani di Padova, presso la Cappella degli Scrovegni, (“Chi scia sa volare” opera sonora che ha rappresentato i mondiali di Sci 2013 nella Val di Fiemme collocata al Museo della Federazione internazionale di sci in Svizzera), (“Il Ciclista Volante” dedicata a Salvatore Morucci grande campione degli anni 50 esposta per il cinquantenario dalla morte al Palazzo Doria Pamphili nella sala del Papa Innocenzo X ), per non dimenticare che la scultura è comunque, fin dalle origini, un atto rituale che simboleggia l’ offerta di un’immagine terrena a una divinità: ecco perché, in questo caso, ha valore di asse fra terra e cielo. E’ l’aria che conta, cioè quella forza invisibile che dà vita al vuoto, che anima la materia e che priva l’oggetto dell’idea del peso, poiché in questi lavori non viene sottolineata la metamorfosi dei materiali, ma la capacità degli elementi di organizzarsi in un sistema di simboli.

Proprio in un’epoca, la nostra, in cui diventa impalpabile ogni movente ideologico – critico, l’identità dell’arte si affida solo alla qualità, non relativa, dei propri risultati. Se, infatti, fino al trentennio scorso l’interpretazione delle opere passava per la loro densità problematica sostenuta a livello teorico (la famosa “arte letteraria” denunciata da Tom Wolfe), il momento attuale, ricco di intersezioni tra diversi filoni di ricerca e caratterizzato da un’estrema multimedialità, mette in luce l’esigenza di circoscrivere l’attenzione proprio sulla ricchezza individuale dei singoli percorsi espressivi, o meglio, di quelli che dimostrano una forte tenuta autonoma, come nel caso delle opere di Morucci e Venturini, che vanno al di là dei limiti storici delle situazioni che le hanno generate.

Nicola Nuti